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Vite da volontari#09_ I paramedici in prima linea: Itzik Peer


Continuiamo a raccontarvi le testimonianze, dirette delle donne e degli uomini di Magen David Adom, in prima linea ogni giorno per le strade di Israele con il compito di salvare vite. Oggi diamo voce a Itzik Peer, un paramedico senior in forza a un'unità mobile di terapia intensiva per Ashdod.

Ore 15:00 – Il mio turno comincia controllando l'ambulanza, verifico soprattutto che ci siano abbastanza DPI, i dispositivi di protezione individuale anti COVID. Appena sei minuti dopo, riceviamo la prima chiamata: è una paziente certamente positiva di 80 anni che lamenta difficoltà di respirazione. Indossiamo le protezioni e partiamo per trasportarla all’Assuta Medical Center. Al pronto soccorso però dobbiamo attendere e, anche se avevamo allertato l’ospedale per un posto nella stanza di terapia intensiva, ci è voluto del tempo prima che potesse essere libera. La famiglia della paziente stava intanto aspettando ansiosamente fuori dal pronto soccorso. 30 minuti dopo è stata ricoverata e ho subito provveduto a disinfettare l'ambulanza in modo che potesse essere riutilizzata.

Ore 17:00 - Seconda telefonata e siamo ancora ad Assuta. Questa volta è un caso di emergenza per un ictus; tuttavia, mettiamo i DPI per ogni evenienza, meglio non correre rischi. Anche la famiglia del paziente è molto preoccupata che possa contrarre il Coronavirus in ospedale: vogliono a tutti i costi accompagnarla. Spiego loro che questo è impossibile, ma non è una situazione facile e assisto a scene strazianti con pianti e abbracci. Sentono che questa è l'ultima volta che la vedranno. È doloroso.

Ore 18:30 - Una terza chiamata, un uomo di 60 anni, apparentemente è un'overdose di alcol. Anche qui la famiglia deve essere convinta a evacuarlo.

Ore 19:07 – Ancora un'altra chiamata. Anche questa volta è un paziente COVID-19 verificato di 75 anni con debolezza generale. Anche sua moglie sa di essere positiva. Il paziente ha avuto difficoltà respiratorie negli scorsi giorni, ma ora non riesce davvero a respirare. Sembra in brutte condizioni. Sua moglie chiede di baciarlo ancora una volta mentre va in ambulanza.

Fuori dall’emergenza di Assuta però le cose si sono complicate e adesso l’attesa in ambulanza dura quasi quattro ore, perché non ci sono posti letto disponibili. Durante questo periodo il paziente deve essere collegato all'ossigeno, ma se apro completamente la valvola del gas la bombola finirà in un'ora. Decidiamo di utilizzare una maschera facciale all'ossigeno che diminuisce il consumo. Per tutto questo tempo non siamo riusciti a portare il paziente fuori dall'ambulanza. Ogni tanto, l'infermiera all'ingresso viene a scusarsi perché ci vuole ancora del tempo. Ho chiesto al personale di portargli almeno dell'acqua.

Ore 23:30 – Alla fine sono entrato in emergenza con lui, trenta minuti dopo la fine del mio turno. Un turno dove non ho trovato il tempo di mangiare, una cosa che ultimamente è successa spesso. Mentre tornavo a casa ho pregato che il vaccino facesse il suo lavoro. A volte quando chiedo dei pazienti che ho trasportato scopro che molti non sono più con noi. È davvero triste. Chiunque pensa “a me non succederà” sbaglia, lo so, io l’ho visto capitare troppe volte.

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