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Dentro il cuore dell’emergenza israeliana: otto giorni con Magen David Adom

  • 25 minuti fa
  • Tempo di lettura: 3 min

di Francesca Modiano


Non è stato semplicemente un viaggio di volontariato in Israele. È stato un ingresso diretto nel cuore pulsante del sistema di emergenza del Paese: il Magen David Adom.

Il programma, organizzato da MDA UK in collaborazione con Taglit-Birthright, si è svolto in gennaio e, fin dal primo giorno è stato chiaro che non si trattava solo di turismo solidale. Era un’immersione nella missione nazionale di chi, ogni giorno, salva vite in Israele.


Magen David Adom è il servizio nazionale israeliano di emergenza medica: interviene in caso di attentati, incidenti stradali ed emergenze quotidiane, anche in guerra. Gestisce l’unica banca del sangue del Paese, un centro all’avanguardia a livello internazionale e disloca ambulanze e mezzi di soccorso in ogni angolo del territorio. È un’organizzazione essenziale per Israele.

Il gruppo era eterogeneo: inglesi, scozzesi, irlandesi… e un’italiana. Ebrei e non ebrei, religiosi e laici, dai 18 ai 79 anni. Alcuni erano già tornati in Israele dopo il 7 ottobre con il bisogno di non restare spettatori. Altri sentivano l’urgenza di riavvicinarsi al Paese o alla propria identità ebraica dopo quella frattura profonda, i cosiddetti “ebrei dell’8 ottobre”.

Ma è stato MDA a darci una direzione concreta.

Ogni giornata iniziava all’alba. A Ramle abbiamo contribuito ad accelerare la preparazione dei kit destinati alle ambulanze. Abbiamo donato sangue presso la Banca del Sangue nazionale, comprendendo quanto sia vitale una gestione centralizzata e sicura delle scorte in un Paese costantemente esposto a crisi.

Abbiamo incontrato paramedici e volontari di MDA, ebrei, cristiani, drusi e musulmani, che lavorano fianco a fianco. Non è retorica: è realtà quotidiana. La missione di salvare vite supera ogni differenza. Alcuni, dopo il turno, tornano a casa in zone sotto minaccia; altri hanno perso familiari negli attacchi. Eppure, continuano.


A Majdal Shams abbiamo incontrato un soccorritore druso di MDA. Il giorno in cui un missile lanciato da Hezbollah è caduto su un campo da calcio dove stavano giocando una ventina di bambini, è stato tra i primi a intervenire. Solo dopo essere arrivato sul luogo dell’impatto ha scoperto che tra le vittime c’era sua figlia. In lui convivono ancora oggi dolore e senso del dovere. È stato impossibile non comprendere cosa significhi, in Israele, far parte di un servizio di emergenza: non è solo un lavoro, è una responsabilità collettiva.

Anche quando abbiamo lavorato nei campi, aiutato agricoltori rimasti senza manodopera o preparato migliaia di panini per i soldati, il filo conduttore restava lo stesso: sostenere la resilienza del Paese. E MDA è una delle colonne portanti di quella resilienza.


A metà settimana, le minacce di un’escalation ci hanno ricordato che la normalità in Israele è fragile. I rifugi sono stati riaperti. Amici preoccupati mi suggerivano di anticipare il rientro. Non ci ho pensato un attimo. Se ero lì per dare sostegno, non potevo andarmene alla prima tensione. È in quei momenti che si comprende davvero cosa significhi “solidarietà”.


Questa esperienza mi ha fatto capire che sostenere Magen David Adom non significa solo finanziare ambulanze o attrezzature. Significa garantire che, in qualsiasi scenario, dall’incidente domestico alla guerra, ci sia qualcuno pronto a intervenire in pochi minuti, mettendo la vita di chi è in pericolo davanti alla propria.


Taglit voleva formare ambasciatori di Israele. MDA voleva mostrare cosa significa salvare vite ogni giorno. Entrambi hanno raggiunto l’obiettivo.

Oggi siamo cinquanta persone in più ad aver visto coi propri occhi ciò che rende Israele forte: non l’assenza di pericoli, ma la capacità di rispondere. E al centro di questa capacità c’è il Magen David Adom.

Chissà se un giorno, con gli Amici di MDA Italia, saremo 49 italiani e un inglese, con panini al sacco o hummus dal benzinaio.

Io ci sarò.


 

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