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La comunità beduina, una delle minoranze presenti nello Stato di Israele, è stata lodata lunedì scorso 12.2, in una cerimonia tenutasi presso lo Zion Museum a Jerusalem, a cui hanno partecipato diverse figure pubbliche e politiche Israeliane.


L'ex Presidente Reuven Rivlin, che ha sempre incoraggiato la piena integrazione dei diversi gruppi etnici nel tessuto sociale israeliano, ha messo in luce il coraggio e la lealtà del popolo beduino, e l'eroismo che li ha animati il 7 di ottobre (attacco omicida dei terroristi di Hamas ai civili israeliani), quando molti - soldati regolari dell'esercito israeliano, ma anche soccorritori del MDA - hanno perso la vita nella difesa delle vittime di Hamas. Essi stessi sono stati vittime, e ci sono beduini anche tra gli ostaggi dei terroristi - che non distinguono, nella loro follia omicida, tra ebrei israeliani e musulmani israeliani.


Anche se l'arruolamento dei beduini nelle Forze di Difesa non è obbligatorio - mentre lo è per gli altri cittadini israeliani - sono 1500 gli appartenenti a questo popolo che combattono volontariamente accanto agli altri israeliani e molti che prestano soccorso nel MDA.


È il caso di Lina Ezberga, di 23 anni, la prima donna beduina a diventare autista di ambulanze.


A Lina e a tutti gli appartenenti alle tribù beduine che hanno combattuto e combattono a Gaza contro il terrorismo, va il nostro sentito ringraziamento.

 







 

 



 

 


Lo scorso primo di novembre Eytan Tesler, un soldato dell'esercito israeliano impegnato nei combattimenti a Gaza, è stato ferito gravemente ai polmoni dal fuoco di Hamas e ha rischiato di morire sul campo per emorragia e soffocamento. Trasferito immediatamente su un veicolo medico a poca distanza, gli è stata somministrata una dose di sangue (500 ml) di "sangue intero"  che ha stabilizzato le sue condizioni e lo ha mantenuto in vita durante l'operazione chirurgica effettuata in loco. Questo trattamento salva vita si basa su sangue non separato nelle sue componenti, ma usato integro, recentemente donato e tenuto refrigerato con speciali frigoriferi montati sul mezzo di soccorso. Questo sangue viene solamente sottoposto alle analisi necessarie per determinarne le caratteristiche e allo screening per evitare eventuali malattie.


Alcuni giorni fa Eytan, che ora sta bene, ha incontrato nella sede della Banca del Sangue del Magen David Adom a Ramle, Gershon Panker, il donatore della sacca di sangue che gli ha salvato la vita.

Spiega la prof.ssa Eilat Shinar, Direttrice dei Servizi Trasfusionali della Banca del Sangue che è stata testimone di questo momento di grande commozione, che Israele è l'unico stato al mondo in cui è stata adottata la pratica di portare il sangue intero direttamente sul campo per renderlo immediatamente disponibile e così accelerare i tempi per la cura e la salvezza dei feriti gravi. Ad essi viene fornito questo "sangue intero", cioè proveniente da un unico donatore di tipo zero (donatore universale) e non frazionato, come è invece la pratica usuale.


Normalmente, ciò che si fa è separare il sangue nei suoi componenti e usare ad esempio la parte di cellule e quella di plasma in due momenti diversi della trasfusione. Raramente si incontra una qualità globale di sangue tale da poter essere somministrata come è, previ i controlli per eventuali patogeni. In Israele, solo il 10% dei donatori ha questo tipo di sangue, il tipo zero positivo, che viene riservato ai soldati al fronte, portato dagli elicotteri del MDA e dell'esercito e da speciali mezzi medici, di cure intensive, che sono in prima linea per minimizzare i tempi tra la ferita e la sua cura.

Israele è uno dei tre stati al mondo ad usare il sangue "intero", ma come detto l'unico a portarlo direttamente sul campo di battaglia fino alla prima linea attraverso unità mobili speciali operate da un medico, un paramedico e un infermiere che sanno come maneggiare e somministrare il sangue. Queste unità mobili sono assegnate ad ogni brigata (suddivisione dell'esercito, che conta dai 3000 ai 5000 uomini).

 

Il sangue donato normalmente (al ritmo di 1100 dosi giornaliere) viene processato e, come accennato, separato e conservato: gli eritrociti vengono tenuti nei frigoriferi, il plasma viene congelato e trombociti e piastrine vengono lasciati a temperatura ambiente.

Nel caso di donatori di tipo zero, con un sangue perfetto, la dose da mezzo litro viene lasciata intatta e trasferita al fronte avendo cura tra un passaggio e l'altro di mezzo di soccorso, (elicotteri del MDA e dell'esercito, quindi mezzi via via più vicini ai combattimenti) di essere mantenuta fredda e poi di essere scaldata con un'altra apparecchiatura speciale in modo da poter venire somministrata al paziente in attesa di arrivare nella struttura ospedaliera più vicina.

Questa procedura è ad oggi solo appannaggio di Israele. Durante il conflitto ancora in corso con Hamas, si è deciso per la prima volta di eseguirla, portando il sangue intero direttamente sul campo per evitare di perdere vite preziose a causa del sanguinamento.

Inoltre, MDA è stato in grado, con una tempestiva campagna informativa e con un lavoro logistico non facile, di raccogliere il quadruplo del sangue normalmente raccolto e distribuirlo all'esercito e a tutti gli ospedali. I donatori si sono presentati spontaneamente nei punti predisposti dal MDA, col preciso intento di contribuire a salvare le persone.

 

E con grandissima soddisfazione oggi vediamo questo complesso meccanismo agire perfettamente e il miracolo - continua la prof.ssa Shinar -  che ha portato un soldato che era in fin di vita ad abbracciare il donatore che col suo gesto gli ha salvato la vita.

 

Per approfondimenti sulla innovativa procedura salva-vita con sangue intero messa in atto da Israele con la collaborazione del MDA, cliccare al seguente link:









 

 



 

 



Giovedì 25 gennaio si è tenuto un webinar promosso dalla NASEMSO, la National Association of State EMS Officials, sulla risposta data dal Servizio Medico di Emergenza (EMS) e sulla gestione delle grandi emergenze da parte di Magen David Adom dopo la strage del 7.10 ottobre scorso ad opera di Hamas contro civili israeliani.


Mr. Chaim Rafalowski, Coordinatore della Gestione dei Disastri e dei progetti europei di Magen David Adom, ha presentato una panoramica sulla situazione israeliana e sul ruolo ricoperto dal MDA nei 120 giorni di conflitto contro Hamas – operazione Swords of Iron.


Magen David Adom innanzitutto rappresenta 3 organizzazioni in una, ovvero la Croce Rossa Internazionale, la Banca del Sangue del paese e i servizi medici di emergenza. Ha in attivo 32 mila volontari, 17.200 Life Guardians, 3.400 persone dello staff e 9.500 Primi Soccorritori, tutti formati per garantire il primo soccorso, e una flotta di mezzi che comprendono ambulanze normali e corazzate, auto e moto mediche, gommoni ed elicotteri.


La mattina del 7 ottobre è subito risultato chiaro che l’attacco che Israele stava subendo a sud, ai confini con Gaza, non rientrava in nulla di mai visto, per portata, ferocia e modalità. Per la prima volta nella storia dello stato di Israele, il fuoco dei terroristi iniziato a Sderot colpiva volontariamente le ambulanze e i soccorritori. Gli ordini di Hamas erano chiari: mirare intenzionalmente al personale, ai mezzi e alle sedi del MDA. Il MDA era, ed è, un target.


In quelle prime ore del 7 ottobre, il MDA ha risposto mettendo in atto tutta l’efficienza dei suoi protocolli sviluppati per gestire catastrofi e, appunto, attacchi multipli e di grande portata. Tutti i mezzi e tutto il personale sono stati resi immediatamente disponibili e centinaia di ambulanze sono partite verso i villaggi ai confini con Gaza. Un flusso incessante di feriti si è riversato nelle stazioni MDA sparse sul territorio: i cittadini stessi portavano le vittime nelle sedi MDA vicine ai luoghi colpiti, evidenziando quanto lungimirante fosse stato fornire lo stato di questi punti di soccorso. Il personale MDA, formato per operare in situazioni estreme, ha fatto fronte alla terribile emergenza con una professionalità, determinazione e un senso del dovere e del sacrificio ben al di là delle aspettative. I paramedici sono rimasti al loro posto per ore e ore, prestando le cure salva-vita a tutti coloro che ne avevano bisogno e mettendo letteralmente la propria vita in pericolo per gli altri.


In 24 ore il MDA ha attivato inoltre una enorme campagna di raccolta di sangue e di latte materno per far fronte alla necessità crescente, e grazie alla tempestività delle decisioni non c’è stata alcuna carenza.

Nonostante il pesante bilancio in termini di vittime e di risorse abbia continuato a crescere durante i giorni, MDA ha retto egregiamente il carico enorme di lavoro e di stress.


Oggi, col conflitto ancora aperto, si fa un bilancio di tutta l’esperienza acquisita e della nuova ed estrema situazione in cui si sono trovati paramedici e volontari nello svolgimento del loro compito di salvare le persone (ricordiamo che il soccorso viene prestato senza distinzione di etnia o credo religioso).


All’inizio del conflitto le sfide maggiori erano le seguenti:


-        Capire la portata della situazione e cosa sarebbe successo

-        Creare uno schema operativo condiviso

-        Assicurare la sicurezza del personale

-        Creare punti di soccorso per le vittime

-        Mettere in atto i protocolli delle maxi emergenze

-        Gestire le nuove modalità di chiamata delle vittime del terrorismo

-        Fornire il necessario supporto psicologico nelle chiamate

-        Gestire i paramedici rimasti essi stessi feriti


Queste sfide sono state soddisfatte, ma esse sono oggi materia di rielaborazione per i futuri protocolli che dovranno includere questi aspetti e sviluppare la migliore risposta possibile.


A titolo di completezza ricordiamo infine che in quel solo giorno, il 7 ottobre, sono state distrutte 14 ambulanze e uccisi i primi 3 volontari. Le chiamate alla Centrale Operativa si sono moltiplicate man mano che passavano le ore, raggiungendo la cifra impressionante di 20 mila. Più di 1.250 persone sono state uccise, 4.630 ferite, circa 240 sequestrate. Ma il MDA era lì, per fare la differenza. L’appello accorato di Eli Bin, Direttore Generale, in ogni sua apparizione pubblica, e di Uri Shacham, Direttore dello staff di MDA e Responsabile delle Relazioni con la Croce Rossa Internazionale, intervistato da Samuel Smadja di TBN-IL il 25 gennaio c.m., a sostenere Magen David Adom nella sua difficile lotta per salvare vite umane ora più che mai, nel video sottostante.







 

 



 

 

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